ll diario di Gloria Magni:
Tre viaggi a A
yamé e dintorni

  

   II. Ayamé, 17 maggio 2010

 
   

    Ritorno ad Ayamé: qualcosa cambia...

 

Il bello di Ayamé è che dopo cinque mesi dalla prima volta che sono venuta alcune cose già sono cambiate. Da noi non succede e, visto che in genere si cambia per migliorare e  non il contrario, questo è positivo. Ad esempio,  hanno fatto un altro pezzo di tetto in paglia nel giardino  della Pouponnière, che scende spiovente e ripara bene dal sole e dalla pioggia, hanno pavimentato il giardino di Casa Pavia

per farci stare le auto. Poi, e a ben pensarci questo è un po’ meno bello, per arrivare alla Pouponnière hanno messo la staccionata all’ultimo tratto di strada rossa,  che facevo quando andavo a piedi, anche se ora credo di aver  imparato la strada nel bosco con tanto di guado, dopo averla fatta un paio di volte accompagnata da qualche benevolo pargolo del posto.  A qualcosa è servito. E poi, dulcis in fundo, è cresciuta la prima patata, battezzata "Betti-patata", della storia di Ayamé...

 

                       18 maggio 2010: la brousse

Oggi abbiamo visitato uno dei primi terreni, già acquistati dalla nostra Fondazione, dopo aver percorso un tratto di strada rossa, per l’esattezza di un color mattone intenso che definire “dissestata” è come definire brezza un tornado (ma si rimedierà…), poi proseguendo a piedi. La natura intorno qui è stupefacente,rassicurante, solo a tratti rabbiosa, il rosso della terra argillosa con i verdi vibranti del fogliame. Pare la foresta incantata con gli alberi a cui sembra mancare solo la parola: così quando ho visto i tronchi incisi per far colare il  caucciù bianco (e meno male che non era rosso come le strade…), mi ha fatto un po’ impressione.

 

                   19 maggio 2010: il mercato e la sua gente

Un altro terreno bene in piano si è materializzato come uno squarcio attraverso un bosco fitto fitto;e dopo una bella camminata di saliscendi mica da ridere, con tanto  di tonificanti sferzate di rami sulla faccia, con i tronchi delle palme da olio tagliati con il macete, a circa un metro dai 5 efficienti  operai che lavorano in loco, vicino al più grande albero mai visto dal mio arrivo: puro concentrato di energia! Gran bella visione, nell’insieme.Nel pomeriggio gita di piacere a Aboisso, a una ventina di km da Ayamé: io e Massimo accompagnati da Touré, che lavora nella Pouponnière. Prima tappa: supermercato, vogliosi di acquistare il cioccolato africano che non si scioglie e i biscotti per la colazione (pure quelli ripieni di  cioccolato, già che c’eravamo, con un nobile pensiero anche alle nostre endorfine. Non male, un bell’assortimento di prodotti ordinati ma senza frigoriferi: inesistenti! Tutto è colore, forse perché accanto a loro risalta pure di più. Mi hanno colpito gli innaffiatoi di plastica, mai visti da nessun’altra parte, coloratissimi con delle righe ondulate, pure coloratissime, o bianche: davvero decorativi. Caratteristico  il brulicante mercato coperto di Aboisso, con ogni genere di roba e di odori, alimentari e no; molti i prodotti per la cura e l’abbellimento del corpo, dagli smalti ai capelli posticci e poi frutta, tanta, cipolle e una specie di tubero, che sembra zenzero,  ma non ne aveva il  profumo  e  che non   ho  ancora ben capito cosa sia. Poi, il mercato dei polli vivi, bene in carne, tutti lì pronti per il loro destino, e la casa del pesce, pure vivo,  dove non siamo entrati perché… l’odore non era proprio invogliante. Meglio la passeggiata lungo il fiume con delle belle case in muratura: una parte della città, che una volta doveva essere chic, ora è un po’ in abbandono, come ci ha raccontato Tourè. Io e Massimo abbiamo comprato dei mestoli forati in alluminio, fatti a mano, molto lavorati e carini, da appendere in cucina. Mi sono dissetata con il latte di un cocco che un ragazzino mi ha tagliato con il macete, con grande maestrìa.

 

 

                    21 maggio 2010: il lungo funerale

Ghisou, un ragazzo che lavora con Antonio, mi invita a partecipare al funerale di sua nonna, dalle 16 in poi. Aspetto che l’acquazzone, che oggi non scherza, si plachi almeno un po’; poi mi incammino e intercetto Joseph di Casa Pavia che mi dà uno strappo in moto. Arrivo giusto un attimo prima della partenza del carro funebre verso casa, con la sirena spiegata nonostante percorresse un centinaio  di metri a passo d’uomo. Le donne aspettano con la loro elegante compostezza, il vestito della festa e il capo coperto; gli uomini sembrano più normali, ma molto dignitosi. Veramente c’è anche la “prefica” (che piange a pagamento durante le cerimonie funebri), ma non sembra molto credibile perché le altre donne sorridono intorno a lei. In effetti, qui il funerale è una sorta di festa in cui si canta, si danza, si mangia e si beve. Sarà una conseguenza del loro forte sentimento religioso.

Verso le 21 scendiamo con il pickup dell’Agenzia guidato da Antonio (il giovane ingegnere pavese  che coordina i lavori avviati dall’Agenzia), con mio padre davanti, io e Massimo dietro in piedi. Hanno aperto il feretro, e tutti rendono omaggio alla defunta, circa ottantenne, perfettamente truccata e vestita, con il ventilatore che alza le balze della gonna e sembra che muova il ginocchio, e otto donne intorno a lei nella stanza, accuratamente allestita di bianco e azzurro. Il prete celebra un rito simile al nostro, almeno fin qui; poi un coro femminile inizia a cantare, tipo gospel, alcune con voci notevoli. Poi tre persone, a dir il vero anzianotte, si alzano e iniziano a ballare, mentre la griglia inizia a rumoreggiare e tutto il villaggio ne è praticamente coinvolto. Noi rientriamo alla base, ma i veri festeggiamenti devono ancora iniziare:  infatti stamattina (giorno 22), passando in auto, vediamo i postumi dei bagordi notturni.

 

 

                   ...e per finire: ancora Pouponnière

 

La Pouponnière è in attesa di ottenere il riconoscimento ufficiale da parte dell’UNICEF. Speriamo. E’ bello tornare dopo cinque mesi e riconoscere certi bimbi, i miei preferiti insomma, anche se alcuni sono già rientrati nelle loro famiglie e altri si sono aggiunti. Hanno costruito un altro pezzo di gazebo in paglia, che unisce le due cupole, spiovente, pronto a riparare bene dal sole e dalla pioggia scrosciante, proprio in questo periodo. I bimbi: c’è Barthelemy,  tre anni,  dalle gambe malferme,  con problemi di vista, ma dal sorriso dolcissimo; c'é Prince, da poco arrivato, nato prematuro, che ha le gambe appena più grandi dei miei pollici. C’è la bellissima Israel, dagli occhi orientali e lo sguardo dolce, con movimenti ancora lenti e incerti. C’è Issa, il più grande di  tutti, con una forza che esibisce orgoglioso mostrando il bicipite. Gli insegno rudimenti  di italiano da sfoderare tra due settimane con Ernesto, Alberto e Cristina. C’è Afou, che ha un’espressione corrucciata da cùmenda, e Awa che dove la metti sta e se la coccoli un po’ esplode in una risata che sembra una delle vecchie suonerie telefoniche. C’è Emy, col viso tondo e buffo e una mimica facciale invidiabile, e c’è Helene, sorriso a 36 denti e gran ruffiana (però mi sta simpaticissima). Mi scusino tutti gli altri per non averli citati, e questi per aver scritto i loro nomi sicuramente sbagliati. Hanno un gran bisogno di coccole e di attenzione i bimbi della Pouponnière, sorridono ad ogni carezza, si illuminano ad ogni bacetto. Non è che siano sempre degli angioletti, a volte si rubano i giocattoli, si spingono, se le danno di santa ragione e fanno scene da calciatore con l’arbitro, come succede nelle migliori famiglie. E noi glielo perdoniamo.

 

 

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