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Ayamé, 17 maggio 2010 Il bello di Ayamé è che dopo cinque mesi dalla prima volta che sono venuta alcune cose già sono cambiate. Da noi non succede e, visto che in genere si cambia per migliorare e non il contrario, questo è positivo. Ad esempio, hanno fatto un altro pezzo di tetto in paglia nel |
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giardino della Pouponnière, che scende spiovente, e ripara bene dal sole e dalla pioggia, hanno pavimentato il giardino di Casa Pavia per farci stare le auto. Poi, e a ben pensarci questo è un po’ meno bello, per arrivare alla quando ho visto i tronchi incisi per far colare il caucciù bianco (e meno male che non era rosso come le strade…), mi ha fatto un po’ impressione. 19 maggio 2010 Un altro terreno bene in piano si è materializzato come uno squarcio attraverso un bosco fitto fitto;e dopo una bella camminata di saliscendi mica da ridere, con tanto di tonificanti sferzate di rami sulla faccia, con i tronchi delle palme da olio tagliati con il macete, a circa un metro dai 5 efficienti operai che lavorano in loco, vicino al più grande albero mai visto dal mio arrivo: puro concentrato di energia! Gran bella visione, nell’insieme. zenzero, ma non ne aveva il profumo e che non ho ancora ben capito cosa sia. Poi, il mercato dei polli vivi, bene in carne, tutti lì pronti per il loro destino, e la casa del pesce, pure vivo, dove non siamo entrati perché… l’odore non era proprio invogliante. Meglio la passeggiata lungo il fiume con delle belle case in muratura: una parte della città, che una volta doveva essere chic, ora è un po’ in abbandono, come ci ha raccontato Tourè. Io e Massimo abbiamo comprato dei mestoli forati in alluminio, fatti a mano, molto lavorati e carini, da appendere in cucina. Mi sono dissetata con il latte di un cocco che un ragazzino mi ha tagliato con il macete, con grande maestrìa.
II. Verso le 21 scendiamo con il pickup dell’Agenzia guidato da Antonio (il giovane ingegnere pavese che coordina i lavori avviati dall’Agenzia), con mio padre davanti, io e Massimo dietro in piedi. Hanno aperto il feretro, e tutti rendono omaggio alla defunta, circa ottantenne, perfettamente truccata e vestita, con il ventilatore che alza le balze della gonna e sembra che muova il ginocchio, e otto donne intorno a lei nella stanza, accuratamente allestita di bianco e azzurro. Il prete celebra un rito simile al nostro, almeno fin qui; poi un coro femminile inizia a cantare, tipo gospel, alcune con voci notevoli. Poi tre persone, a dir il vero anzianotte, si alzano e iniziano a ballare, mentre la griglia inizia a rumoreggiare e tutto il villaggio ne è praticamente coinvolto. Noi rientriamo alla base, ma i veri festeggiamenti devono ancora iniziare: infatti stamattina (giorno 22), passando in auto, vediamo i postumi dei bagordi notturni.
C’è Afou, che ha un’espressione corrucciata da cùmenda, e Awa che dove la metti sta e se la coccoli un po’ esplode in una risata che sembra una delle vecchie suonerie telefoniche. C’è Emy, col viso tondo e buffo e una mimica facciale invidiabile, e c’è Helene, sorriso a 36 denti e gran ruffiana (però mi sta simpaticissima). Mi scusino tutti gli altri per non averli citati, e questi per aver scritto i loro nomi sicuramente sbagliati. Hanno un gran bisogno di coccole e di attenzione i bimbi della Pouponnière, sorridono ad ogni carezza, si illuminano ad ogni bacetto. Non è che siano sempre degli angioletti, a volte si rubano i giocattoli, si spingono, se le danno di santa ragione e fanno scene da calciatore con l’arbitro, come succede nelle migliori famiglie. E noi glielo perdoniamo.
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