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La Pouponnière di Ayamé
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Ayamé, 11 dicembre 2009 Non mi piace più tanto dire “straordinario”. Mi sa di quelle parole un po’ abusate, un po’ di moda. Poi forse la uso spesso, senza neppure accorgermene. Ma non me ne viene in mente un’altra, anche a sforzarmi. Perché straordinaria è la presenza di un angolo di paradiso in un |
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villaggio dell’Africa con le strade di fango e le case dai tetti di paglia e lamiera: è la nuova Pouponnière di Ayamè, che dovrebbe definirsi orfanotrofio anche se il termine pare fuori luogo. Vi abitano oltre cinquanta bimbi senza la mamma, sino a tre anni di età, quando qualche adulto delle loro numerose famiglie decide di ripigliarseli, altrimenti in partenza per un futuro coi fiocchi, sempre che la buona sorte ci metta del suo. La Pouponnière è proprio come l’immagine patinata di un depliant turistico. Ma è davvero così. C’è il giardino coperto da gazebo, i lettini tutti in fila con i nomi scritti sopra che sembra la moltiplicazione dei sette nani, un lindore che pare impossibile misto ad un profumo di cucciolo e di borotalco. Cinquantatre sono i bambini che la popolano ora, e quando dormono sembrano altrettanti meravigliosi ragnetti che si mettono con metà corpicino sui materassi e l’altra metà a godere di tutto il fresco del pavimento (anche per questo è tanto pulito, e i grandi ci camminano scalzi). Tutto sembrano fuorché bambini abbandonati, piuttosto paciocconi ridenti pronti a venirti in braccio per acchiapparsi l’umanissimo e innegabile diritto alla coccola. E’ bello stare lì mentre mangiano, vocianti ma disciplinati, tutto un trambusto di seggioline colorate, le piccole bocche spalancate e i grandi occhi curiosi. E poi il bagnetto collettivo, tre volte al giorno: un rito schiumoso a cui nessuno, ahimè per loro, si sottrae. Ma il momento clou della giornata sono le danze e i canti della sera, a ritmo di tamburo, una mezz’oretta in cui si divertono come matti (più che altro a cadersi addosso l’un l’altro…). Si sa che in paradiso ci abitano anche gli angeli, e la Pouponnière non fa eccezione: l’angelo che abita qui si chiama Emi, una donna vigorosamente esile, dai modi pacati e dall’azione rapida, di quelle per cui tra l’essere e l’apparire e tra dire e il fare non c’è proprio storia (indovinate chi vince…). E’ lei il capo della più numerosa tra le già peraltro numerose famiglie di Ayamè e come ogni brava mamma, non solo chiama per nome ognuno dei suoi pargoli, ma di alcuni riconosce pure il pianto. Poi c’è Francesco, laureato in fisica brillante e capace, che, come tanti suoi coetanei alla soglia degli anta, si sta interrogando sul suo futuro, ma qualcuno dev’essere bravo a spiegargli che Ayamè ora ha mooolto bisogno di lui. Ma questa è un’altra storia. E ora non mi dico che non voglio più dire “straordinario”: mi capite, vero?
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